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  • Honda RN-02: il ritorno di HRC che potrebbe cambiare di nuovo le regole del gioco

    HONDA RN-02. Il ritorno di HRC!

    Ci sono progetti che nascono per vendere.
    E poi ci sono quelli che nascono per lasciare il segno.

    Negli ultimi anni il mondo e-MTB ha seguito una direzione molto precisa: piattaforme condivise, motori sempre più simili tra loro, geometrie ottimizzate al millimetro e una corsa continua all’efficienza. Funziona, certo. Ma per chi vive davvero la tecnica, per chi si emoziona davanti a una soluzione meccanica folle o a un telaio pensato fuori dagli schemi, qualcosa si era perso.

    Ed è proprio qui che entra in scena la possibile nuova Honda RN-02.

    Secondo le informazioni trapelate nelle ultime settimane, il colosso giapponese starebbe lavorando a una piattaforma e-MTB completamente proprietaria sviluppata sotto il marchio HRC, un nome che nel motor sport non ha bisogno di presentazioni.

    Per molti sarà soltanto una bici elettrica estrema.
    Per altri, invece, il ritorno di una filosofia che sembrava scomparsa: costruire qualcosa di radicale senza preoccuparsi troppo di seguire il mercato.

    Un nome che pesa: RN01 non era una bici normale

    Chi c’era nei primi anni 2000 ricorda benissimo la Honda RN01.
    Io non posso ricordarmela, non essendo ancora nato….

    Honda RN-01 G-cross - Wikipedia

    Una downhill assurda per l’epoca, sviluppata quasi come una moto da competizione: cambio interno nel movimento centrale, sospensioni fuori dagli schemi, cinematica complessa e un livello ingegneristico che ancora oggi viene discusso nei paddock e nei forum tecnici.

    Honda RN01 G-Cross | MTB Mag

    Non era perfetta.
    Non era nemmeno “facile”.
    Ma aveva personalità.

    Ed è proprio questo il punto: la RN02 sembra voler raccogliere quella stessa eredità, reinterpretandola nell’era elettrica.

    Honda non vuole usare componenti standard

    La parte più interessante del progetto è probabilmente questa.

    Mentre gran parte dei produttori utilizza piattaforme Bosch, Shimano o Brose adattandole al proprio telaio, Honda starebbe sviluppando un ecosistema quasi completamente interno: motore, gestione elettronica, cinematica e distribuzione delle masse pensati come un unico sistema integrato.

    E conoscendo HRC, è difficile immaginare un approccio “conservativo”.

    Le indiscrezioni parlano infatti di numeri completamente fuori scala:

    160 Nm di coppia

    picco di 1450 watt in modalità HRC Boost per circa 30 secondi

    gestione elettronica dinamica della trazione

    software capace di modificare l’erogazione in base al carico della sospensione

    Se confermati, sarebbero dati impressionanti anche rispetto alle e-bike più aggressive oggi sul mercato.

    Ma il vero dettaglio interessante è un altro: Honda non starebbe trattando il motore come un componente “appeso” al telaio, bensì come parte strutturale del progetto, esattamente come avviene nelle moto da competizione.

    Ed è qui che gli appassionati di motocross ed enduro probabilmente inizieranno a drizzare le antenne.

    Più HRC che e-bike

    ebike Archivi - MTBTech.it

    Guardando i primi render e le immagini di sviluppo trapelate, la RN02 sembra avere molto più DNA racing rispetto alle classiche e-MTB premium.

    Telaio massiccio, integrazione estrema, volumi concentrati al centro della bici e una filosofia chiaramente orientata alla performance pura piuttosto che alla leggerezza da catalogo.

    Non sorprende, considerando il momento che Honda sta vivendo nel motorsport. Nel 2026 HRC ha aumentato ulteriormente gli investimenti nelle competizioni off-road, motocross ed elettrificazione racing.

    E c’è un dettaglio che potrebbe non essere casuale: Honda sta centralizzando sempre di più lo sviluppo dinamico dei propri progetti racing in Europa, con una nuova struttura tecnica nell’area di Milano dedicata proprio alla vehicle dynamics e all’analisi avanzata dei dati.

    Tradotto: la RN02 potrebbe essere molto più di una semplice “concept bike”.

    Potrebbe diventare un laboratorio reale per tecnologie future.

    Sospensioni: qui Honda potrebbe tornare a fare paura

    Se c’è un reparto dove HRC storicamente ama complicarsi la vita, è quello delle sospensioni.

    Le voci parlano di uno schema multi-link altamente regolabile, con forte integrazione elettronica e possibilità di personalizzazione molto superiori rispetto agli standard attuali.

    Ed è probabilmente qui che Honda vuole differenziarsi davvero.

    Negli ultimi anni molte bici sono diventate incredibilmente efficaci, ma anche molto simili tra loro nella risposta dinamica. La RN02 invece potrebbe riportare in auge quel concetto quasi “factory” che oggi sopravvive solo in poche nicchie: una bici che richiede setup, esperienza e sensibilità per essere sfruttata al massimo.

    Esattamente come una vera moto racing.

    Il rischio? Lo stesso della RN01

    Naturalmente esiste anche l’altro lato della medaglia.

    La RN01 è diventata leggendaria proprio perché era troppo avanti rispetto al mercato. Complessa, costosa, difficile da industrializzare.

    E la RN02 rischia di seguire la stessa strada.

    Perché oggi il settore e-bike premia affidabilità, semplicità e standardizzazione. Honda invece sembra voler tornare a fare ciò che le riesce meglio quando corre davvero: ignorare le convenzioni.

    Ed è proprio questo che rende il progetto così affascinante.

    Perché questa bici sta facendo parlare anche i motociclisti

    Forse perché, sotto molti aspetti, la RN02 non sembra voler piacere a tutti.

    Sembra una macchina costruita da ingegneri ossessionati dalla dinamica, dalla distribuzione dei pesi e dalla connessione tra uomo e mezzo. Una filosofia che ricorda molto più una CRF ufficiale HRC che una classica e-bike da showroom.

    E in un periodo dove tutto tende ad assomigliarsi, vedere Honda tornare con un progetto estremo, divisivo e probabilmente anche esagerato… è qualcosa che mancava.

    Non sappiamo ancora se la RN02 arriverà davvero in produzione.
    Non sappiamo nemmeno se questi numeri verranno confermati ufficialmente.

    Ma una cosa è certa: se Honda decidesse davvero di riportare lo spirito HRC nel mondo off-road elettrico, potremmo essere davanti a uno dei progetti più interessanti degli ultimi anni.

    E forse, finalmente, a una e-bike capace di far emozionare anche chi è cresciuto col rumore di un monocilindrico nel bosco.

  • Test Trek Rail 9.8 GX AXS 2025: potenza controllata o carattere da domare?

    Trek Rail 2025 Gen 5

    Dopo un mese abbondante in sella, tra sentieri tecnici, flow e condizioni meteo tutt’altro che ideali, posso dire di aver davvero “conosciuto” questa e-MTB. Non una semplice uscita di prova, ma un rapporto fatto di alti, bassi e qualche sorpresa.

    Ho portato la Trek Rail 9.8 GX AXS 2025 tra i trail di Gattinara, Rive Rosse, Pogno, Mottarone e Coggiola. Terreni diversi, grip variabile, pioggia, fango e giornate secche: insomma, il banco prova perfetto.

    Ma la vera domanda è: questa bici è davvero così completa come sembra?


    Prime sensazioni: solidità e controllo (ma non per tutti)

    La Rail 9.8 si presenta subito come una e-MTB con  geometrie moderne, escursione generosa e un’impostazione che invita a spingere forte, soprattutto in discesa.

    La posizione in sella è centrale, stabile, molto rassicurante. Ma appena si alza il ritmo, emerge il carattere: questa bici non ti regala nulla, va guidata con decisione.

    Ti piace avere tutto sotto controllo o preferisci una bici più giocosa e permissiva?

    2025 Trek Rail+ Review | Quieter, smoother & more adjustable

    Motore e autonomia: alleato instancabile

    Il sistema Bosch (ormai una certezza) spinge forte e in modo progressivo. Nei trail più ripidi del Mottarone o nei rilanci continui di Rive Rosse, la spinta è sempre pronta, mai brusca.

    Ottima anche la gestione della batteria: in un mese di utilizzo, anche con giri lunghi e impegnativi, raramente sono arrivato ad autonomia inferiore del 20 % considerando il mio peso di 68 kg e una batteria da 800 Watt.

     Ma qui mi viene da chiedermi: serve davvero tutta questa autonomia e potenza o si rischia solo di “appiattire” l’esperienza di guida?


    Il vero elemento distintivo: i freni Raicam

    Freno Raicam Flat/Post RXC Racing 2 Pistoni-Destro

    Questa Trek grazie ai meccanici dello Store Doctorbike di Magenta che mi hanno dato la possibilità di avere questa bici in test, gli hanno montato i Raicam RXC Racing a 4 pistoni, una scelta fuori dal coro rispetto ai più diffusi Shimano o SRAM.

    E si sente.

    Cosa mi è piaciuto

    Potenza elevata ma molto modulabile

    Sensazione al comando diversa: meno “on/off”, più progressiva

    Ottimo comportamento nelle discese lunghe

    Cosa mi ha convinto meno

    Richiedono un po’ di adattamento iniziale

    Feeling meno immediato per chi arriva da impianti più tradizionali

    Non sono ancora diffusissimi → manutenzione e ricambi da considerare

    In sostanza: freni molto interessanti per gli amanti dei freni progressivi, ma non per tutti.


    Sei il tipo che ama sperimentare o preferisci andare sul sicuro?


    In discesa: una macchina da guerra

    Qui la Rail dà il meglio. È stabile, incollata al terreno, capace di assorbire tutto. Nei trail più tecnici di Pogno o nei passaggi veloci di Gattinara, trasmette sicurezza.

    Ma attenzione:
    non è la bici più agile o giocosa che io abbia provato.

    Nei cambi di direzione stretti richiede impegno

    Nei tratti lenti può sembrare “importante”

    Insomma, più un carro armato che una ballerina.


    RiderAddict - Test: Trek Rail 9.8 GX 2025

    In salita: efficace, ma…

    In salita tecnica si comporta bene: trazione ottima, posizione corretta, motore sempre presente.

    Però:

    Il peso di 24.5 kg in taglia M si sente nei passaggi più lenti

    Non è la più reattiva nei rilanci

    È una scalatrice efficiente, ma non entusiasmante se avesse avuto il 29 al posteriore sarebbe stata una goduria in salita.


    Conclusioni: una eMTB completa, ma con carattere

    La Trek Rail 9.8 GX AXS 2025 è una bici che convince, ma non cerca di piacere a tutti.

    Punti di forza

    Stabilità e sicurezza in discesa

    Motore potente e ben gestito

    Freni Raicam interessanti e performanti

    Qualità costruttiva elevata anche nei dettagli

    Punti meno convincenti

    Non è giocosa né particolarmente agile

    Richiede guida molto attiva all’anteriore

    Freni non immediati per tutti

    Peso percepibile in alcune situazioni


    La domanda finale

    Dopo un mese insieme, la vera riflessione è questa:
    Vuoi una bici che ti semplifichi la vita… o una che tiri fuori il meglio (e il peggio) di te quando il trail si fa serio?

    La Rail, senza dubbio, appartiene alla seconda categoria.

  • Forbidden E-Dreadnought: la e-bike che sembra voler distruggere il concetto stesso di “trail facile”

    Introducing Dreadnought E : Forbidden Bike Company

    Negli ultimi anni il mercato e-MTB è diventato incredibilmente veloce.
    Ma anche incredibilmente prevedibile.

    Tutti parlano di leggerezza, integrazione, assistenza naturale, autonomia intelligente. Tutto giusto. Tutto sensato. Eppure, ogni tanto, arriva una bici che sembra ignorare completamente il concetto di equilibrio.

    La nuova Forbidden E-Dreadnought è esattamente questo.

    Una bici che non nasce per piacere a tutti.
    Nasce per andare più forte nel brutto.

    Più il trail diventa rotto, ripido e violento… più sembra sentirsi a casa.

    E la cosa interessante è che Forbidden non ha semplicemente preso una e-bike normale e le ha dato più potenza. Hanno costruito una piattaforma che ruota attorno a una precisa ossessione: mantenere controllo e velocità quando il terreno inizia letteralmente a distruggere la traiettoria.

    Forbidden: piccolo marchio, idee enormi

    Forbidden Dreadnought E 2026 | 130Nm Avinox | Ridewill

    Per chi ancora non conoscesse il brand, Forbidden Bike Company è una realtà canadese relativamente giovane nata sull’isola di Vancouver, in British Columbia.

    Un posto dove il riding non è “pulito”.
    È tecnico, bagnato, pieno di radici, rocce e linee che sembrano fatte apposta per mettere in crisi una bici.

    Ed è proprio lì che Forbidden si è costruita la reputazione.

    Prima con la Druid e poi con la Dreadnought, il marchio è diventato uno dei simboli moderni delle piattaforme high pivot applicate all’enduro. Una filosofia tecnica che fino a pochi anni fa sembrava riservata quasi esclusivamente alle downhill da gara.

    Oggi praticamente tutti parlano di high pivot.
    Ma Forbidden è stata una delle aziende che ha davvero contribuito a riportarlo al centro della scena.

    La E-Dreadnought non vuole essere agile. Vuole essere inarrestabile.

    Ed è qui che la bici diventa davvero interessante.

    Molte e-bike moderne cercano di nascondere peso e dimensioni per sembrare più “normali” possibile. La Forbidden invece sembra aver fatto il ragionamento opposto:

    “E se usassimo peso, geometria e cinematica per creare ancora più stabilità?”

    Il risultato è una piattaforma MX con:

    • 170 mm di escursione posteriore;
    • forcella da 180 mm;
    • geometria molto downhill-oriented;
    • stack alto;
    • carro progettato attorno a pedivelle corte;
    • posizione centrale e molto stabile.

    Sulla carta potrebbe sembrare semplicemente una super enduro elettrica.

    Ma il comportamento dinamico di una high pivot cambia completamente il modo in cui la bici attraversa il terreno.

    Il vero protagonista non è il motore. È il percorso della ruota posteriore.

    Forbidden E-DREADNOUGHT

    Ed è qui che tanti rider iniziano davvero a dividersi.

    La E-Dreadnought utilizza la piattaforma Trifecta V3, evoluzione del sistema high pivot a quattro barre di Forbidden.

    Tradotto in sensazioni reali?

    Quando la sospensione comprime, la ruota posteriore non sale semplicemente verso il telaio come nelle piattaforme tradizionali. Si muove anche all’indietro.

    Può sembrare un dettaglio tecnico da nerd della cinematica.
    In realtà cambia completamente il modo in cui la bici assorbe gli ostacoli.

    Radici, pietre, gradoni e impatti ad alta velocità vengono “inghiottiti” molto più facilmente perché la ruota arretra invece di impuntarsi contro l’ostacolo.

    Ed è proprio per questo che tanti rider descrivono le high pivot come biciclette che sembrano avere più escursione di quella dichiarata.

    Forbidden E-DREADNOUGHT

    Però c’è un prezzo da pagare

    Per ottenere questo comportamento serve una soluzione particolare: l’idler pulley.

    Quella puleggia posizionata vicino al pivot principale che ormai è diventata quasi il simbolo delle bici high pivot moderne.

    Non è estetica.
    È fondamentale.

    Serve per controllare la crescita catena e ridurre il pedal kickback durante il lavoro della sospensione.

    Ed è proprio qui che iniziano le discussioni infinite tra gli appassionati.

    Perché sì, il feeling in discesa può diventare impressionante.
    Ma in cambio:

    • aumenta la complessità;
    • la trasmissione richiede più manutenzione;
    • rumorosità e attriti possono aumentare;
    • il comportamento dinamico diventa molto particolare.

    Alcuni rider parlano di magia.
    Altri la trovano troppo specialistica.

    Ed è probabilmente questo che rende la E-Dreadnought così interessante.

    Una bici che vuole correre dentro al caos

    Guardando geometrie e filosofia generale, Forbidden sembra aver progettato questa bici pensando più alle speciali EDR-E e ai trail estremi della British Columbia che al classico giro domenicale.

    La posizione alta e centrale del rider serve a lasciare lavorare la bici sotto al corpo, mentre il carro high pivot mantiene velocità e trazione quando il terreno diventa distrutto.

    E qui emerge una differenza importante rispetto a molte e-bike moderne.

    Tante bici oggi cercano di diventare intuitive immediatamente.
    La E-Dreadnought invece sembra voler chiedere adattamento.

    Richiede fiducia.
    Richiede aggressività.
    Richiede probabilmente anche un certo stile di guida.

    Ma quando inizi ad andare davvero forte… sembra trasformarsi.

    E poi c’è quella sensazione che tanti descrivono allo stesso modo

    Leggendo le impressioni dei rider che utilizzano piattaforme Forbidden da anni, emerge continuamente un concetto:

    la bici diventa sempre più stabile all’aumentare della velocità.

    Che può sembrare una frase normale.

    Ma in realtà non lo è affatto.

    Molte bici diventano nervose quando il trail si distrugge.
    La Forbidden sembra invece calmarsi.

    Come se più il terreno peggiora… più il telaio inizi finalmente a lavorare nel suo ambiente ideale.

    Ed è una caratteristica che spesso ricorda molto più certe downhill racing che una classica e-bike enduro.

    Il motore? Sì, è enorme. Ma non è il punto principale.

    Ovviamente ci sono anche numeri impressionanti:

    • fino a 130 Nm;
    • boost da 150 Nm;
    • 1300 watt di picco;
    • batteria da 600 o 800 Wh;
    • ricarica rapida;
    • sistema Avinox M2S.

    Ma sinceramente, su questa bici il motore sembra quasi secondario.

    Perché la vera identità della E-Dreadnought non arriva dalla potenza elettrica.

    Arriva dal telaio.

    Dal modo in cui la sospensione legge il terreno.
    Dal modo in cui la bici mantiene velocità.
    Dal modo in cui il carro resta composto mentre tutto intorno sembra esplodere.

    La domanda vera è: quanto siamo disposti a sacrificare per avere più performance?

    Perché la E-Dreadnought rappresenta perfettamente il punto in cui sta andando una parte del mondo gravity.

    Sempre più specializzazione.
    Sempre più piattaforme estreme.
    Sempre più bici costruite attorno a un’idea precisa invece che al compromesso universale.

    E allora viene spontaneo chiederselo:

    ha ancora senso cercare biciclette “che fanno tutto”?

    Oppure il futuro sarà fatto da mezzi sempre più radicali, capaci di regalare sensazioni incredibili… ma solo a chi è disposto davvero ad adattarsi a loro?

  • Amflow PX Carbon Pro vs Mondraker Zendit

    Amflow Avinox PX & PR Range Review 2027

    Due modi completamente diversi di vivere la e-MTB

    Mondraker presenta la nuovissima ZENDIT

    Oggi le eMTB non sono più tutte uguali: alcune puntano a essere leggere e versatili, altre sono progettate per affrontare discese sempre più estreme. La Amflow PX Carbon Pro e la Mondraker Zendit rappresentano perfettamente queste due idee.

    Entrambe utilizzano il motore Avinox M2S, tra i più potenti disponibili oggi: arriva fino a circa 150 Nm di coppia e ~1500 watt di picco. In pratica, in salita offrono una spinta fortissima, anche su pendenze molto ripide.

    Da qui però le due bici diventano molto diverse.

    Come sono fatte (numeri chiari)

    La Amflow è pensata per essere equilibrata: circa 160 mm davanti e 150 mm dietro, batteria da 700 Wh, peso intorno ai 20,6 kg e una geometria molto regolabile (angolo di sterzo circa 63°–65°).

    La Mondraker è più estrema: 170 mm davanti e 165 mm dietro, batteria da 800 Wh, geometria più lunga e stabile, pensata per la discesa veloce.

    Come si guidano davvero

    Is this e-mountain bike poised to set the e-MTB power standard?: Amflow's PX  Carbon Pro, Ergon's new grips, Redshift's flat handlebar, RockShox's new  fork and Megamo's West gravel bike - Cycling News |

    La Amflow PX Carbon Pro è una bici facile da capire fin da subito. È leggera per la categoria, si muove bene nei cambi di direzione e non mette in difficoltà. In salita è molto efficace, e in discesa resta stabile senza diventare impegnativa.

    Test nouveauté | Mondraker Zendit : VTTAE clivant, mais Mondraker dans  l'âme ?

    La Mondraker Zendit, invece, cambia completamente approccio. È più lunga, più stabile e più “piantata” a terra. Quando il terreno è veloce, ripido e pieno di ostacoli, dà grande sicurezza. Però nei tratti stretti o lenti è meno agile e richiede più tecnica.

    Motore e autonomia

    Il motore è lo stesso su entrambe, quindi le prestazioni in salita sono molto simili: tanta potenza e assistenza sempre presente.

    La differenza è nella batteria:

    • Amflow → 700 Wh, più leggera e bilanciata
    • Zendit → 800 Wh, più autonomia ma anche più peso

    Geometria spiegata semplice

    La Amflow ha una geometria regolabile, quindi puoi adattarla: più stabile oppure più agile, a seconda di come la imposti.

    La Mondraker ha una geometria più “decisa”: lunga, bassa e stabile. È fatta per andare forte in discesa e lo si sente subito.

    Attenzione alle taglie (molto importante)

    Qui c’è una differenza reale che spesso non si considera.

    La Amflow PX Carbon Pro veste piuttosto piccola. Questo significa che, a parità di altezza, può risultare più compatta del previsto.

     Se ti piacciono le salite ripide e tecniche, scegliere una taglia leggermente più grande può aiutarti ad avere più stabilità e controllo sull’anteriore.

    La Mondraker Zendit, invece, è già di suo molto lunga e stabile (quasi un “carro armato” in discesa).

     Per questo motivo spesso ha senso stare su una taglia leggermente più piccola, così la bici resta più gestibile e meno impegnativa nei tratti stretti.

    A chi sono adatte

    La Amflow PX Carbon Pro è perfetta per chi vuole una bici unica per fare tutto: giri lunghi, salite impegnative, discese divertenti. È facile, equilibrata e adatta a molti rider.

    La Mondraker Zendit è più specifica: ideale per chi ama la discesa veloce, i trail difficili o i bike park. Richiede più esperienza ma offre grandi prestazioni quando il terreno diventa impegnativo.

    Conclusione

    Queste due eMTB hanno lo stesso motore, ma due anime opposte.

    • Amflow PX Carbon Pro → più facile, versatile, adatta a quasi tutti
    • Mondraker Zendit → più estrema, perfetta per chi cerca il massimo in discesa

    Se vuoi una bici per tutto, la Amflow è la scelta più equilibrata.
    Se invece punti alla discesa e alla velocità, la Zendit è quella giusta.

  • Rocky Mountain Altitude Powerplay 2026: la bici che doveva arrivare dopo la tempesta

    Rocky Mountain Altitude Powerplay A50 2026 | VTTAE Enduro

    Ci sono aziende che costruiscono biciclette.
    E poi ci sono marchi che, nel bene o nel male, diventano parte della cultura mountain bike.

    Rocky Mountain Bicycles appartiene decisamente alla seconda categoria.

    Per oltre quarant’anni il marchio canadese ha attraversato l’evoluzione completa della MTB: dai primi trail in British Columbia fino all’era del freeride, del North Shore e infine delle e-bike ad altissime prestazioni. Eppure, negli ultimi due anni, sembrava che tutto potesse finire nel peggiore dei modi.

    Crisi finanziaria, ristrutturazione, voci di fallimento, problemi nella distribuzione e una community improvvisamente piena di dubbi. Poi, quasi all’improvviso, ecco arrivare la nuova Altitude Powerplay 2026.

    E la sensazione è che questa bici non sia soltanto un nuovo modello.

    Sembra piuttosto un messaggio.

    Una bici che nasce in un momento delicatissimo

    Alla fine del 2024 Rocky Mountain ha avviato una procedura di protezione finanziaria sotto il sistema canadese CCAA, una misura utilizzata per permettere alle aziende di ristrutturarsi evitando il collasso immediato.

    Le cause? In parte le stesse che hanno colpito mezzo settore bici dopo il boom post-pandemia:

    • costi di produzione impazziti;
    • difficoltà nelle forniture;
    • mercato improvvisamente rallentato;
    • forte svalutazione delle bici premium.

    Ma nel caso di Rocky Mountain il colpo è stato ancora più duro perché il marchio aveva sempre puntato su sviluppo interno, telai proprietari e una filosofia molto poco “industriale”.

    In pratica: meno volumi, più identità.

    Una scelta romantica… ma rischiosa.

    Eppure, invece di sparire, il marchio è stato acquisito nel 2025 da un gruppo di imprenditori canadesi guidati da Chaos Sports Inc., con la promessa di mantenere vivo il DNA originale del brand e soprattutto il reparto R&D di North Vancouver.

    Ed è qui che la nuova Altitude Powerplay assume un significato completamente diverso.

    Rocky Mountain non è un marchio “normale”

    Per capire questa bici bisogna capire da dove arriva l’azienda.

    Fondata nel 1981 da Grayson Bain, Jacob Heilbron e Sam Mak, Rocky Mountain è stata una delle prime aziende a costruire mountain bike pensando davvero ai trail tecnici della British Columbia.

    Quando ancora gran parte del mercato vedeva la MTB come una bici da escursione, loro progettavano mezzi aggressivi, lunghi, stabili e pensati per scendere forte.

    Il North Shore, il freeride canadese, le linee impossibili tra radici e passerelle di legno: Rocky Mountain era lì quando tutto questo stava nascendo.

    Ed è probabilmente questo che ancora oggi rende il marchio così diverso da molti competitor moderni.

    Le loro bici non cercano quasi mai il compromesso perfetto.
    Cercano carattere.

    Rocky Mountain Altitude Powerplay 2026

    La nuova Altitude Powerplay cambia quasi tutto

    A prima vista sembra una semplice evoluzione della piattaforma precedente.

    In realtà la nuova Altitude Powerplay 3 è stata completamente riprogettata.

    Nuovo telaio, nuova cinematica, nuovo layout sospensivo e soprattutto una revisione profonda dell’intero sistema Dyname.

    Ed è proprio qui che Rocky Mountain continua a fare una scelta controcorrente.

    Il Dyname non vuole essere come gli altri motori

    Rocky Mountain Altitude Powerplay 2026

    Mentre quasi tutti i marchi utilizzano Bosch, Shimano o Brose, Rocky Mountain continua a sviluppare il proprio motore internamente.

    Una scelta costosissima.
    Ma anche incredibilmente identitaria.

    Il nuovo Dyname S4 Pro mantiene una coppia da 108 Nm ma porta il picco di potenza fino a circa 1000 watt in determinate modalità.

    Numeri enormi.

    Ma i dati grezzi raccontano solo una parte della storia.

    Il Dyname è sempre stato apprezzato per una caratteristica molto precisa: la risposta immediata e “meccanica” alla pedalata. Molti rider descrivono la sensazione come più vicina a una moto leggera da enduro che a una classica e-bike filtrata elettronicamente.

    Ed è esattamente questa la filosofia che Rocky sembra voler difendere ancora oggi.

    Non la bici più silenziosa.
    Non la più efficiente.
    Non la più leggera.

    Ma forse una delle più coinvolgenti da guidare.

    Anche la sospensione cambia filosofia

    Rocky Mountain Altitude Powerplay 2026

    La precedente Altitude Powerplay era famosa per il sistema high pivot, molto stabile sul veloce e incredibilmente efficace in discesa.

    Eppure Rocky ha deciso di cambiare.

    La nuova piattaforma introduce il sistema LC2R con un carro completamente ridisegnato e link più compatti.

    Secondo il marchio, l’obiettivo era aumentare:

    • rigidità laterale;
    • precisione di guida;
    • supporto in pedalata;
    • sensibilità sui piccoli impatti.

    Ma la parte interessante è un’altra: la bici sembra voler recuperare una guida più “viva” e meno schiacciata a terra rispetto alla generazione precedente.

    Una scelta che potrebbe dividere parecchio gli utenti.

    Perché oggi molte e-bike enduro sono diventate velocissime… ma anche enormemente filtrate, pesanti e quasi troppo facili da guidare.

    La nuova Powerplay invece sembra voler riportare un po’ di caos controllato nella guida.

    Ed è forse proprio questo il suo fascino.

    Però le ombre non sono sparite del tutto

    Rocky Mountain si porta ancora dietro parecchie domande.

    Online esistono discussioni molto accese su affidabilità, assistenza e disponibilità ricambi, specialmente riguardo alle precedenti generazioni Dyname.

    Alcuni utenti parlano di bici incredibili da guidare.
    Altri raccontano esperienze difficili con motori, garanzie e tempi di supporto.

    Ed è probabilmente qui che si giocherà il futuro del marchio.

    Perché oggi non basta più avere una bici emozionante.
    Serve anche costruire fiducia.

    La vera domanda è un’altra

    La nuova Altitude Powerplay 2026 arriva in un momento in cui il mercato e-bike sembra essersi diviso in due mondi.

    Da una parte le bici sempre più razionali: leggere, efficienti, silenziose, quasi “perfette”.

    Dall’altra ci sono marchi che cercano ancora di costruire qualcosa con personalità, anche a costo di essere estremi, complicati o divisivi.

    Rocky Mountain sembra voler appartenere ancora alla seconda categoria.

    E forse è proprio questo che rende questa bici così interessante.

    Perché la Altitude Powerplay non sembra progettata per convincere tutti.

    Sembra progettata per far innamorare chi cerca ancora quella sensazione un po’ grezza, un po’ meccanica, un po’ selvaggia… che molte bici moderne stanno lentamente perdendo.

    E la domanda che resta alla fine è semplice:

    nel 2026 c’è ancora spazio per biciclette costruite con il cuore prima che col foglio Excel?

  • Specialized Levo 4 EVO: è davvero la nuova Kenevo che tutti stavano aspettando?

    Ci sono bici che cercano di fare tutto bene.
    E poi ci sono quelle che, già dal primo sguardo, ti fanno capire che vogliono soltanto una cosa: andare forte in discesa.

    La nuova Specialized Levo 4 EVO appartiene chiaramente alla seconda categoria.

    Con 180 mm davanti, 170 mm dietro e una geometria molto più aggressiva rispetto alla Levo standard, la EVO sembra quasi il ritorno spirituale della vecchia Kenevo… anche se Specialized non lo dice apertamente.

    Ed è proprio questo che rende questa bici interessante.

    Perché per anni la Kenevo è stata la “moto travestita da e-bike” della gamma Specialized: lunga, pesante, esagerata, amatissima nei bike park e sui trail più violenti. Poi improvvisamente è sparita.

    Ora la domanda che molti si stanno facendo è semplice:

    la Levo 4 EVO è davvero la sua erede?

    Nuova Specialized Levo 4 EVO: progettata per il riding più estremo

    Specialized sta dividendo sempre di più le sue e-bike

    Negli ultimi anni il marchio americano sembra aver scelto una direzione molto precisa: creare piattaforme sempre più specializzate.

    La nuova famiglia Levo infatti si divide in tre anime molto diverse:

    • Levo R più leggera e pedalata;
    • Levo 4 “universale”;
    • Levo 4 EVO orientata chiaramente al gravity.

    E guardando la EVO, è evidente che qui il focus non sia il peso o l’efficienza assoluta.

    Questa bici nasce per reggere velocità alte, terreni ripidi e linee distrutte.

    La vera differenza non è il motore. È il telaio.

    Ed è qui che la EVO cambia davvero faccia.

    Il telaio FACT 11m rimane quello della piattaforma Levo 4, ma tutta la dinamica della bici è stata trasformata attraverso sospensioni, geometria e assetto generale.

    Specialized ha lavorato tantissimo sul supporto della sospensione nel centro corsa, cercando di evitare quell’effetto “divano” che molte e-bike lunghe e potenti iniziano ad avere quando il trail diventa veloce.

    La bici vuole restare alta.
    Composta.
    Precisa.

    E infatti i numeri parlano chiaro:

    • sterzo fino a 63°;
    • forcella RockShox ZEB da 180 mm;
    • ammortizzatore Vivid Air;
    • geometria completamente regolabile;
    • possibilità di modificare carro e angolo sterzo.

    In pratica, non è soltanto una Levo con più escursione.

    Sembra quasi una piattaforma progettata per avvicinarsi al comportamento di una mini DH pedalabile.

    Specialized LEVO 4 EVO, ben più di una trail bike allungata

    E forse Specialized ha capito una cosa importante

    Negli ultimi anni molte e-bike sono diventate velocissime… ma anche molto simili tra loro.

    Motori enormi, geometrie lunghe, grip infinito e una guida spesso super filtrata.

    La Levo 4 EVO invece sembra voler recuperare un lato più “gravity racing”.

    Più fisico.
    Più aggressivo.
    Meno neutrale.

    Persino il setup mullet non è lì per moda: la ruota posteriore da 27.5” serve chiaramente a rendere la bici più rapida nei cambi di direzione e più mobile nei trail stretti.

    Il motore cresce… ma Specialized non vuole inseguire la guerra dei numeri

    Certo, anche qui i numeri fanno impressione:

    • 105 Nm;
    • 810 watt;
    • batteria fino a 840 Wh;
    • aggiornamenti OTA direttamente via software.

    E proprio l’update rilasciato nel 2026 racconta molto della filosofia Specialized: invece di cambiare hardware ogni anno, il marchio sta iniziando a evolvere le prestazioni via software.

    Ma la cosa interessante è che Specialized continua a parlare più di “ride feeling” che di pura potenza.

    Mentre altri brand inseguono numeri sempre più estremi, loro sembrano voler puntare sulla controllabilità e sulla naturalezza dell’assistenza.

    Però qualche domanda rimane

    Perché online le discussioni sui nuovi sistemi Levo stanno diventando sempre più accese.

    Da una parte c’è chi considera ancora la piattaforma Specialized una delle migliori da guidare sul mercato, soprattutto per fluidità e integrazione.

    Dall’altra continuano ad emergere segnalazioni legate ad affidabilità, batterie e motori sulle ultime generazioni.

    E forse è proprio questo il punto delicato delle e-bike moderne:

    stanno diventando così sofisticate da assomigliare sempre di più a dispositivi elettronici ad alte prestazioni… più che a semplici biciclette.

    La domanda finale è inevitabile

    Con la Levo 4 EVO, Specialized sembra aver creato una bici che guarda molto più al bike park e all’enduro estremo che al classico trail riding.

    Ma allora viene spontaneo chiederselo:

    ha ancora senso cercare una e-bike “che faccia tutto”?

    Oppure il mercato sta andando verso mezzi sempre più specialistici, sempre più veloci… e sempre meno universali?

    Perché la sensazione è che la Levo 4 EVO non voglia convincere tutti.

    Vuole convincere quelli che, quando il sentiero diventa ripido e caotico, iniziano finalmente a divertirsi davvero.

  • Santa Cruz Bullit C:90 Il mio test ride

    Mi trovavo sempre a Massa Marittima, dai ragazzi del Bike Service, al termine della mia mezza giornata di prova con la VALA, ho deciso di provare la BULLIT ( purtroppo non la versione TOP di gamma.. ).

    Quando mi è capitata tra le mani la “nuova” Santa Cruz Bullit C:90, avevo aspettative alte… ma non così alte da immaginare che in un paio d’ore potesse diventare una delle e-MTB che più mi hanno divertito negli ultimi anni. Non è solo una questione di numeri o di componenti: è il modo in cui questa bici interpreta il concetto di “enduro elettrica”.


    Design e prime sensazioni: una presenza che si fa notare

    La C-90 colpisce subito per le proporzioni: massiccia, ma non ingombrante.

    Il carbonio di Santa Cruz, nella versione C, offre un mix riuscitissimo tra robustezza e un peso poco sopra i 22 kg in questo allestimento.

    Una volta in sella, ci si ritrova in una posizione molto equilibrata con la sensazione che la bici voglia più accompagnarti che dominarti. È una base di partenza che mi ha trasmesso subito fiducia ancora prima di inserire la prima pedalata.


    Salita: quando la potenza dei 100 NM non sovrasta il controllo

    Il Bosch Performance Line CX è noto per la sua grinta, ma sulla Bullit C-90 entra in scena con un comportamento quasi educato: spinge forte, sì, ma mai in modo brusco.

    Sulle rampe più tecniche la ruota anteriore resta incollata al terreno e ti permette di affrontare passaggi dove, di solito, con una full-enduro elettrica mi è capitato di “ballare” un po’ troppo.

    La batteria da 600 Wh, che sulla carta potrebbe far storcere il naso a chi cerca autonomia infinita, si è invece rivelata più che sufficiente. In modalità Auto ( non avendo tutta la giornata a disposizione ) mi sono trovato a gestire 53 Km, un dislivello importante di 1550 Mt di dislivello sia in salita che in discesa con un residuo di batteria del 18 %.
    Mi ha stupito perchè io ho una Focus 6.9 con batteria da 800 Watt e sempre motorizzata Bosch ma pesando ben quasi 5 kg in più posso confermarti che consuma quanto la Bullit con batteria però da 600 Watt.


    La sospensione: una progressione che sorprende

    Il nuovo schema sospensivo 4 Bar è forse la novità più importante della Bullit di ultima generazione, ed è lì che la C-90 mi ha convinto del tutto. Nei tratti smossi, sulle radici e nei rock garden, il carro assorbe senza risentimenti e rimane composto: niente rimbalzi strani, niente cedimenti che ti costringono a cambiare linea.

    La progressione è morbida all’inizio, perfetta nei tratti più veloci e nervosi ma quando inizi a spingere o arrivi ai drop più decisi, senti chiaramente il punto in cui la sospensione “pianta i piedi” e ti sostiene con fermezza.

    È quella sensazione di avere sotto il culo ( scusate in francesismo ) un’ammortizzatore molto progressivo

    La Bullit ha 170 mm di escursione ant/post e per i sentieri che ho fatto ho deciso di mettere il Flip-Chip nella posizione LOW perchè così facendo ho portato l’angolo di sterzo a 63,3° e abbassando il movimento centrale di 4 mm mi ha permesso di avere maggior stabilità e sentire la bici più incollata al terreno.


    Discesa: qui la Bullit mostra il suo DNA

    La Bullit C-90 è nata per scendere forte. Ma la cosa più interessante è che non devi essere un rider mega aggressivo per apprezzarla.

    Nei curvoni ti accompagna con una stabilità quasi prepotente; nei cambi di direzione rapidi ti sorprende perché, nonostante la mole da e-MTB, segue la tua linea con precisione.

    In merito alla configurazione MX, avrei preferito una configurazione Full 29 per quanto riguarda il diametro dei copertoni.

    Quando ho guidato pulito e quando mi sono concesso qualche ingresso più sporco nei rock garden la Bullit mi ha aiutato molto a raddrizzare la traiettoria o prenderla ancora più veloce quando era giusta.


    Feeling personale: quella fiducia che ti fa osare

    Ci sono bici che ti divertono e bici che ti trasmettono fiducia.

    La Bullit C-90, per me, è una delle poche che fanno entrambe le cose contemporaneamente.

    Mi sono ritrovato, senza quasi accorgermene, a osare linee in cui non passo sempre alla prima, semplicemente perché la bici mi faceva sentire sicuro.

    Non limitato, ma sostenuto. È come avere un compagno di riding più forte di te che ti dice: “vai, ci sono io”.


    Conclusioni: una e-MTB nata per chi non vuole compromessi

    La Santa Cruz Bullit C-90 non è una bici per tutti anche solo pensando al lato economico.
    È una bici per chi vuole salire bene e scendere ancora meglio.
    Per chi non ha paura dei sentieri tecnici.

    Cosa cambierei? Rullo di tamburi….

    Copertoni : Utilizzerei i copertoni radiali Gravity della Schwalbe ( se non mi importasse di aggiungere peso o se non facessi risalite su asfalto
    Oppure utilizzerei i copertoni di Specialized in particolare Hillbilly all’anteriore e l’Eliminator al posteriore per una maggiore scorrevolezza e un peso ridotto.

    Range Extender: Anche se ti ho detto che sono rimasto impressionato dall’autonomia, comprerei comunque il Range Extender da 250 Watt per quando vado in giro con PAPA’ oppure per quando avrò Lezioni di guida visto che solitamente si fanno giri decisamente più lunghi.

    Freni: Monta gli SRAM Maven Base, posso dirti che mi sono trovato abbasta bene ma su una bici così io monterei dei bei TRP DH-R Evo oppure sarei molto curioso di provare i Raicam.

    Grazie per essere arrivato fino a qui ci vediamo al prossimo test 😉

  • FIRST Ride Santa Cruz Vala XO AXS RVS

    Una mattina che mi resterà in testa

    Mezza giornata di test a Massa Marittima con la ebike Santa Cruz Vala XO AXS taglia M, un ringraziamento speciale a Francesco e ai ragazzi del Bike Service, è stata una di quelle esperienze che non puoi semplicemente “provare”: la devi vivere fino in fondo, dall’inizio alla fine.
    Bici impeccabile, controllata in ogni dettaglio, sentieri tenuti come si deve, e una disponibilità che ti mette subito a tuo agio.
    È raro trovare in Italia un servizio che ti faccia sentire immediatamente “nel posto giusto”.

    Il carro che sembra un cuscino…

    Una delle prime cose che ho percepito, dopo pochi km e con un sag del 25%, è stata questa sorta di morbidezza attiva da parte dell’ammortizzatore:
    la Vala mi ha dato l’impressione di essere “appoggiato su un cuscino” che assorbe tutto senza mai diventare spugnoso.
    Il posteriore filtra ogni piccolo urto con una naturalezza che quasi ti disarma, soprattutto nei tratti mediamente sconnessi, dove la bici sembra semplicemente… non appesantirti mai.

    Quella sensazione di “cuscino che sostiene” è molto particolare: non rimbalza, non si schiaccia, non affonda.

    Mi sono sentito come se stessi galleggiando ma senza mai staccarmi dal terreno.

    In salita tecnica è una lama.

    Quello che più mi ha sorpreso è stata la super agilità in salita tecnica e stretta.
    Me l’aspettavo più macchinosa e invece:

    • Cambia direzione con una rapidità eccezionale grazie anche al suo peso di 21.30 kg in taglia M senza pedali
    • mantiene la trazione, nonostante sia una 27,5 al posteriore
    • risponde ai micro-movimenti del corpo come se fosse più leggera di qualche chilo.

    Nelle curve a S strette, fra le rocce e sui gradini la Vala si muoveva con una naturalezza che mi ha fatto più volte dimenticare il suo peso reale.
    È una di quelle bici che nei passaggi lenti ti dà sicurezza e ti permette di scegliere la linea più istintiva.

    L’autonomia di 600 WH della batteria mi ha convinto?

    Ho pedalato sempre nella modalità di assistenza Auto, e sui muri più ripidi qualche colpo deciso di Turbo.
    Ricordo per chi non lo sapesse che la VALA monta motore e batteria BOSCH di ultima generazione
    In totale ho superato i 1.100 metri di dislivello positivo e negativo senza range extender, chiudendo il giro con una tacca e mezza di batteria.
    E questo è significativo:
    Io pesando solo 60 Kg la batteria da 600 WH è perfetta per la mia tipologia di uscite.
    Quando e se mai la comprerò per sicurezza comprerò anche il range extender se dovessi andare a girare in gruppo oppure per le mie lezioni private sapendo che i giri saranno più lunghi.

    Quando provi a lasciarla andare in discesa sullo scassato… arriva il limite (il mio, non il suo)

    Non è stata tutta magia.
    Nel veloce molto sconnesso, quello scassato vero come la black line Rock’n Roll Queen dove ci sono ripidi su roccia ripetuti, pietre smosse e curve strette non mi sono sentito completamente in controllo.
    Non perché la bici non rispondesse bene, anzi: il problema era quasi il contrario.

    La sensazione era che il posteriore assorbisse talmente tanto, mantenendoti sempre “in appoggio”, che mancava quella comunicazione diretta, quel feedback un po’ più ruvido che ti fa capire esattamente quanto grip hai.
    È un comportamento coerente con l’indole della Vala:
    predilige la compostezza, la progressività, la stabilità, più che quella cattiveria che ti permette di attaccare lo scassato come una bici da park pura.

    Risultato?
    La bici viaggia, va, macina.
    Ma tu, se non ci sei abituato, hai la sensazione che lei abbia ancora margine mentre tu stai finendo il tuo.
    Questo è dato anche dall’escursione, perchè la Vala nasce come una Trail Bike da 150 mm di escursione

    Il trail che mi ha fatto capire chi è davvero la Vala

    Sul Freeride, il sentiero che più ho amato della giornata, la Vala ha mostrato il suo carattere migliore:
    fluida, intuitiva, capace di trasformare ogni curva in una traiettoria naturale.
    Non devi litigare con l’anteriore, non devi controllare troppo il posteriore:
    ti basta avere una posizione di guida corretta e lasciarla scorrere e lei fa esattamente quello che ti aspetti.

    Qui il nuovo carro 4 bars e l’agilità si fondono, dando una sensazione di compatibilità totale col terreno.
    Un dialogo continuo, un ritmo che si crea da solo.
    Mi sono trovato molto mio agio sui salti, nelle compressioni e nei cambi di direzione

    Il bello di non pensare alla bici, ma all’esperienza

    La Vala è una bici che funziona meglio quando smetti di analizzarla e inizi a fidarti.
    È morbida dove serve, sostenuta dove importa, pronta a sorprenderti nel tecnico lento e a metterti alla prova nello scassato veloce.

    E soprattutto è una bici che trasforma la visita a Massa Marittima in qualcosa che mi resta addosso.
    E per questo devo ringraziare ancora i ragazzi del Bike Service: sentieri fantastici, cura impeccabile, e una Vala che sembrava uscita dal box quella mattina.

    IMPRESSIONI FINALI:
    Chiudendo questa mezza giornata intensa con la Vala top di gamma, la cosa più semplice da dire è: quando sei sulla versione più alta di gamma, non si può contestare nulla alla componentistica.

    I nuovi freni Maven Ultimate, ad esempio, sono stati una sorpresa enorme.
    Non hanno quella frenata “on/off” che a me piace molto, ma una modulazione lunga, progressiva che però non mi ha fatto uscire dalla zona di comfort.

    È un tipo di feeling completamente diverso dai precedenti sistemi: più controllato e in discesa mi hanno permesso di entrare in curva con una tranquillità che non avevo previsto, sapendo che la potenza frenante arrivava lì, sempre, ma non subito.

    C’è però una modifica che farei subito se solo si potesse ): mettere una ruota da 29’’ anche al posteriore.
    Perchè la Vala già sale bene e tiene molto il grip sul tecnico ma con una 29 dietro credo che la trazione migliorerebbe ulteriormente, soprattutto nelle sezioni lente dove ogni centimetro di grip fa la differenza.
    Senza nulla togliere al divertimento in discesa.

    Aggiungerei anche un Ochain, e non per moda:
    l’effetto principale è ridurre il contraccolpo sui pedali quando il terreno si fa croccante, smorzando la reazione della trasmissione.
    In pratica, ti fa sentire la bici più stabile, più “libera” nei tratti scassati.
    Con il tipo di sospensione posteriore della Vala così sensibile e sostenuta l’Ochain a mio avviso ci cadrebbe a pennello.

    Nota anche sul cockpit: il manubrio è stato tagliato a 780 mm e Rise da 35 mm per me era semplicemente ideale.

    Grazie per essere arrivato fino a qui, ti parlo dell’ abbandono del sistema ammortizzante VPP vista la tua pazienza nel leggere tutto 😉

    Si, la Vala è più Santa Cruz di quanto tu amante del VPP possa pensare….
    La Santa Cruz Vala senza VPP è una scelta tecnica, non commerciale.

    Rende la bici più stabile, più progressiva e alla portata di tutti perchè chi ha provato il VPP sa che se non si va forte in discesa il VPP diventa quasi un tuo “Nemico” perchè nelle piccole compressioni a basse velocità la sensazione è quella di avere un’ammortizzatore più rigido e meno fluido.

    E tu cosa ne pensi, rispecchi il tuo pensiero nelle mie parole?

  • YT torna : il marchio dato per spacciato che sorprende tutti


    Quando tutto sembrava finito… un colpo di scena inaspettato!!

    Per settimane si è parlato del possibile tramonto del marchio tedesco YT: voci di difficoltà finanziarie, clienti in attesa, dubbi sul futuro.

    Il marchio che aveva rivoluzionato il mondo della MTB con il modello direct-to-consumer sembrava sul punto di cadere definitivamente.
    Un’atmosfera pesante aleggiava nella community: chi aveva un ordine in sospeso, chi temeva per la garanzia della propria bici, chi pensava semplicemente di assistere alla fine di un’era.

    E poi, all’improvviso, la svolta.


    Il ritorno del fondatore: quando la passione supera la crisi

    Proprio nel momento più buio, è ritornata sulla scena la figura che ha creato YT: il suo fondatore ( Markus Flossmann ).
    Invece di lasciar andare alla deriva il brand, ha deciso di riprenderselo, investendo di tasca propria e ridisegnando completamente il futuro dell’azienda.

    Una mossa rischiosa, certo.

    Ma anche una dichiarazione d’amore verso ciò che aveva costruito: non un’operazione di facciata, ma un secondo inizio.
    Un tentativo di riportare YT a ciò che era all’inizio: un marchio diretto, creativo e soprattutto costruito da biker per biker.


    Promesse, ripartenze e un nuovo percorso

    Il rilancio non è solo comunicazione.
    Sono state annunciate misure concrete:

    • Riorganizzazione completa dei processi interni
    • Impegno a smaltire o rimborsare gli ordini in sospeso
    • Team più snello ma mirato
    • Ritorno a una gestione più artigianale, meno “corporate”

    È un’operazione di pulizia totale per riconquistare la fiducia di chi, fino a ieri, temeva di aver perso tutto.

    Certo, restano domande aperte: la ricostruzione prenderà tempo, il servizio clienti dovrà dimostrare stabilità, e il mercato oggi è molto più difficile rispetto a quando YT era sulla bocca di tutti, sono nati molti brand negli ultimi anni e la competizione è sempre più alta.


    Un mercato che cambia: YT controvento

    Il caso YT mette anche in luce un tema più profondo.
    Il modello diretto-al-cliente, che aveva portato alla ribalta molti marchi online come ad esempio il suo competitor del tempo Canyon, oggi è messo alla prova.

    Costi di produzione aumentati post Covid19, logistica imprevedibile, clienti più esigenti e la fine del boom post-pandemia.
    Sopravvive chi sa adattarsi, chi sa rendere sostenibile ciò che un tempo sembrava semplice.

    YT sta provando a farlo.
    E lo fa con una mossa controcorrente: invece di espandersi, fa un passo indietro per farne due avanti.


    La rinascita: un nuovo inizio o un’ultima occasione?

    La notizia che YT è viva e sta ripartendo ha riacceso entusiasmo e dibattito nel mondo MTB.
    Il marchio non ha solo evitato il fallimento: ha scelto di rinascere, di riprendere controllo, di tornare alla sua identità originaria.

    Ma la vera sfida inizia adesso.

    Riuscirà YT a riconquistare la fiducia dei biker e a dimostrare che questo rilancio è qualcosa di concreto, duraturo e autentico?

    E tu che stai leggendo: credi davvero che YT sia pronta a tornare più forte di prima… o questa è solo l’ultima pedalata prima della salita più dura?


    GRAZIE per essere arrivato/a fino a qui 😉

  • First Ride Amflow PL Carbon a Gattinara

    Gattinara, una mattina piovosa di fine ottobre. Le vigne ancora tinte di rosso e oro, il profumo dell’autunno nell’aria e davanti a me lei: la Amflow PL Carbon, la “nuova” e-MTB di cui tutti parlano, equipaggiata con il motore DJI Avinox.

    Ero curioso, lo ammetto. Dopo aver letto i test volevo capire se questa bici fosse davvero così diversa da tutto ciò che ho provato finora.

    Prime pedalate: la spinta

    Quando ho aperto la finestra quella mattina, il cielo era un lenzuolo grigio e la pioggia cadeva insistente. Per un attimo ho pensato di rimandare il test.

    Ma poi ho guardato la Amflow PL Carbon lì, pronta, come se mi sfidasse a uscire comunque.

    E in quel momento l’entusiasmo ha preso il sopravvento!!

    Appena ho premuto il pulsante di accensione, il display touch si è illuminato con quell’estetica pulita e quasi “aerospaziale” che solo DJI poteva immaginare.

    Già dai primi metri su sterrato si percepisce una differenza: il motore Avinox ha una risposta istantanea, ma non brutale.

    Ti accompagna dentro la salita, ma senza strattoni.
    In modalità Auto, la bici sembra quasi “capirti”: dosa la potenza in base alla pendenza e alla spinta sui pedali.

    È una sensazione che molti tester hanno definito “naturale ma esplosiva”. Ed è proprio così: una spinta possente ma sempre sotto controllo.

    Quando la salita di Gattinara si è fatta più decisa, ho provato il Boost: il motore ha tirato fuori tutta la sua cattiveria, con coppia fino a 105 Nm e picchi dichiarati di 120 Nm.

    È in quei momenti che capisci perché tanti tester lo hanno definito “rivoluzionario”.

    Discesa: sorprendente

    Con 160 mm di escursione all’anteriore e 150 mm al posteriore, la Amflow PL Carbon è una piuma, pesa solo 19,2 kg e stiamo parlando di una e-mtb full power.
    Sul tecnico come la nera di gattinara e nei tratti rocciosi sopra il bosco di Lenta ho potuto lasciarla scorrere, senza sentirmi mai al limite.
    La bici scorre fluida, precisa nei cambi di direzione, stabile anche quando la velocità aumenta.

    È quel tipo di equilibrio che ti dà fiducia, come se avessi margine in più su ogni curva.

    Unico piccolo appunto: sui tratti più ripidi sconnessi ho notato che essendo una bici da trail bisogna lavorare di più con le gambe per farla galleggiare e renderla più stabile, un missile però nei cambi di direzione e nelle curve a gomito.

    Autonomia e dislivello: la potenza che non finisce mai?

    La PL Carbon in test montava la batteria DJI Avinox da 800 Wh, e devo dire che è una delle cose che mi ha più impressionato.

    Partendo dal bar di Gattinara, ho percorso un giro da 45 km con 1 700 m di D+ e D-, alternando modalità Auto e Trail per la maggior parte del tempo, con qualche spinta in Boost sui tratti più ripidi.
    Alla fine del giro, la batteria segnava ancora circa 15 % di carica residua. Considerando il mio peso (60 kg) è un risultato eccellente.

    In condizioni ideali, è realistico puntare a oltre 2 000 m di dislivello con una singola carica.
    C’è da segnalare che la batteria da 0 a 75% si ricarica in meno di 1,5 ore

    La cosa che più mi ha colpito è come l’erogazione resti sempre piena anche con la batteria quasi scarica:

    il motore non cala di potenza, non “molla”.

    È coerente fino all’ultimo watt, e questo fa davvero la differenza nei giri lunghi.

    Motore DJI Avinox: rivoluzione o moda?

    Dopo averlo provato, non ho dubbi: il DJI Avinox è un motore che segna un cambio di passo nel mondo e-MTB. Non solo per la potenza, ma per la sensazione di controllo e la gestione elettronica.
    DJI ha portato la sua esperienza nei sensori dei droni direttamente sui pedali: l’unità rileva la velocità della ruota 42 volte a giro, anticipando la tua intenzione di spingere o rallentare con una naturalezza impressionante.

    Esperienza e rete di assistenza

    Uno dei dubbi che avevo prima di provarla era sulla rete di supporto: marchio nuovo, motore “esotico”… E invece no. DJI e Amflow hanno già una rete solida ufficiale di rivenditori in Italia.

    Conclusioni: la bici che ti fa venir voglia di cambiare

    La Amflow PL Carbon mi ha lasciato addosso quella sensazione che solo poche bici riescono a darti durante la prima uscita: la voglia di tornare subito in sella. È una bici potente ma gestibile, capace di regalare vera emozione.
    Certo, non è perfetta ma chi lo e?

    È una e-MTB nata per divertirsi.

    A chi la consiglierei? A chi ha già esperienza e vuole una e-bike “definitiva” e ama sentire la potenza sotto i piedi senza rinunciare alla naturalezza.
    Dopo un giro così, non resta che una domanda: quanto ancora può evolversi una e-MTB?

    Se il futuro è come questa Amflow, direi che siamo appena all’inizio.

    Spero di riaverla in test per più giorni così da darvi più dati e sensazioni possibili 😉